Compostaggio

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Il compostaggio, o biostabilizzazione, è un processo biologico aerobico e controllato dall’uomo che porta alla produzione di una miscela di sostanze umificate (il compost) a partire da residui vegetali sia verdi che legnosi o anche animali mediante l’azione di batteri e funghi.

Il compost può essere utilizzato come ammendante, destinato poi per usi agronomici o per florovivaismo.

Il suo utilizzo, con l’apporto di sostanza organica migliora la struttura del suolo e la biodisponibilità di elementi nutritivi (composti del fosforo e dell’azoto). Come attivatore biologico aumenta inoltre la biodiversità della microflora nel suolo.

Il processo di compostaggio consiste in due fasi:

una prima fase, detta attiva, caratterizzata da un’elevata attività dei microorganismi che, mediante idrolisi, degradano la frazione organica più facilmente degradabile. La durata di questa fase è di poche settimane;

una seconda fase, detta di maturazione, dove la frazione più recalcitrante (ossia meno degradabile) viene concentrata e successivamente umificata.
La durata di questa fase è più lunga rispetto alla prima e ha una durata superiore ai 2-3 mesi.

I residui organici compostabili sono:
– rifiuti azotati: scarti vegetali, di giardino (tagli di siepi, erba del prato…), foglie verdi, rifiuti domestici (frazione umida), limitando i residui di origine animale e mischiandoli bene a quelli di origine vegetale. È così possibile diminuire del 30-40 % la quantità di spazzatura; inoltre molti comuni italiani prevedono una riduzione della tassa sui rifiuti per coloro che dimostrano di praticare il compostaggio;
– rifiuti carboniosi: rami derivanti dalla potatura (meglio se sminuzzati con un biotrituratore, altrimenti risulteranno poco aggredibili da parte dei microrganismi), foglie secche, paglia (si terranno da parte accuratamente queste materie e le si mischierà man mano ai rifiuti azotati che si produrranno di giorno in giorno);
– fondi di caffè, filtri di tè, gusci di uova, gusci di noci;
– lettiere biodegradabili di animali erbivori;
– carta, evitando quella stampata (anche se oggigiorno i giornali non contengono più sostanze tossiche) e, soprattutto, quella patinata;
– pezzi di cartone (fungono anche da rifugio ai lombrichi);
– pezzi di tessuti 100% naturali (lana, cotone);

Due o tre volte all’anno bisogna rigirare il materiale per riattivare il processo di compostaggio.

È fondamentale mantenere il giusto grado d’umidità del materiale, altrimenti il processo sarà rallentato se è troppo secco o troppo umido, inoltre in quest’ultimo caso avverranno putrefazioni indesiderate (processo anaerobico). Per asciugare un cumulo troppo umido si attua un rivoltamento del materiale, per inumidirlo si versa dell’acqua (con la canna da giardino o con un innaffiatoio).
Il tempo di maturazione del compost è variabile a seconda delle condizioni climatiche e del tipo di prodotto che si vuole ottenere.

Per fare un buon compost le regole di base sono:

– scegliere il giusto luogo dove fare compostaggio, ad esempio sotto un albero, o comunque in un luogo non troppo assolato d’estate e non troppo ombreggiato d’inverno;
– utilizzare compostiere e sistemi che garantiscono sempre l’afflusso di ossigeno, munite quindi di fori di areazione e coperchi rimovibili;
– posizionare i rifiuti a contatto più diretto possibile con il terreno, per  permettere lo scambio con i batteri e piccoli invertebrati che aiutano la decomposizione dei rifiuti;
– mescolare bene gli scarti umidi e scarti secchi per ottenere l’ equilibrio secco – umido;
– sminuzzare quanto basta i rifiuti per accellerarne la decomposizione;
– areare bene gli scarti in decomposizione rivoltandoli, l’ossigeno è vitale per i microorganismi ed evita i cattivi odori.

La decomposizione dei rifiuti verdi organici avviene in maniera del tutto naturale. In natura infatti accade che le sostanze organiche, una volta terminata la loro vita, vengono decomposte dai microrganismi presenti nel terreno che le restituiscono al ciclo naturale sotto forma di humus.

Dopo alcuni mesi, il compost è pronto.
Un compost maturo si riconosce dal colore scuro, dall’aspetto soffice e dal profumo gradevole di terriccio di bosco.
In genere si prevedono 2 cicli annuali di compostaggio: uno di 3-4 mesi d’estate ed uno di 7-8 mesi d’inverno.
Ma non bisogna mai dimenticare che l’attività è a ciclo continuo e quindi il compost, una volta maturo, può essere utilizzato ogni volta che lo riteniamo opportuno.

Su base industriale il compostaggio viene utilizzato per la trasformazione in compost di scarti organici, come ad esempio la cosiddetta frazione umida dei rifiuti solidi urbani.
Il compostaggio industriale permette un controllo ottimale delle condizioni di processo (umidità, ossigenazione, temperatura, ecc.) e la presenza di eventuali inquinanti nella materia prima (ad esempio residui di metalli pesanti e inerti vari) o microrganismi patogeni per l’agricoltura viene eliminata rispettivamente tramite trattamenti di ulteriore separazione meccanica e trattamenti biologici.

Altre biomasse compostabili comunemente sfruttate sono rappresentate dai fanghi di depurazione e dagli scarti della cura e manutenzione delle aree verdi (compost verde).
Dati risalenti al 2004 attestano che il 39% del compost prodotto in Italia deriva dall’umido, il 34% dal verde, il 17% da fanghi e il restante 10% da altre biomasse.[2]

Il compost di qualità ottenuto dalla raccolta differenziata dell’organico mediante processo industriale può venire quindi convenientemente sfruttato in agricoltura avvantaggiandosi in tal modo di un fertilizzante naturale ed evitando il ricorso a concimi chimici a pieno campo.

Anche il florovivaismo, dilettantesco e professionale, si avvale convenientemente di questo compost.

La commercializzazione dell’ammendante compostato è regolata dal Decreto Legislativo 29 aprile 2010, n. 75: “riordino e revisione della disciplina in materia di fertilizzanti”. Il compost viene anche comunemente utilizzato per la copertura delle discariche di rifiuti e per bonifiche agrarie.

La digestione anaerobica permette anche di ottenere del biogas utilizzabile come combustibili.

Il compostaggio di comunità si colloca, per dimensione, in una posizione intermedia tra il compostaggio industriale e quello domestico. Si effettua attraverso piccoli impianti utilizzati per accelerare il naturale processo di compostaggio dei rifiuti organici[3]. Questi impianti vengono utilizzati per servire da poche decine ad alcune centinaia di utenze domestiche (famiglie) o la necessità di una mensa, di un albergo o altro produttore di scarti organici. L’interesse economico per il compostaggio di comunità può essere incrementato in paesi con particolari caratteristiche orografiche, come, nel territorio italiano, la presenza di tanti piccoli Comuni distanti dagli impianti di compostaggio.

A seconda del grado di maturazione gli usi possono essere diversi: il rinterro di piante (molto maturo), risemine di prati e anche come fertilizzante per i terreni agricoli ( non molto maturo). In genere l’utilizzo ottimale è quello finalizzato alla crescita delle piante, rimettendolo alla base delle stesse ( siepi, alberelli, arbusti, alberi da frutto, ecc.).

Ottimizzazione e riduzione dei punti di raccolta dell’organico che si traduce in risparmio per il Comune.

Sconto percentuale sulla Tassa Rifiuti  per cittadini che attuano la buona pratica dell’autocompostaggio.

Risparmio sull’acquisto di fertilizzanti per l’orto.

Riduzione delle quantità di rifiuti organici avviati a trattamento;

Recupero e trasformazione del rifiuto organico che diventa materiale fertilizzante per il proprio orto o giardino.

Abbattimento della C02 dovuto alla eliminazione dei mezzi di trasporto per la raccolta del rifiuto organico.

Ridurre gli sprechi e trasformare gli scarti in risorse.

È la logica alla base del consumo responsabile che impegna i cittadini lungo tutta la filiera: dalla scelta consapevole di ciò che acquistano fino allo smaltimento. Un approccio che è ancor più importante per quanto riguarda il cibo. Ogni anno, stima la Fondazione Barilla Center of Food and Nutrition, un terzo della produzione alimentare mondiale finisce nella spazzatura. E l’Italia non è esclusa: da noi si butta via il 35% dei prodotti freschi, il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura.
RITORNO ALLA TERRA

Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato soprattutto grazie alla raccolta dell’umido. Oggi il recupero della frazione organica è arrivato al 42%, con 5,2 milioni di tonnellate che non sono andate sprecate. Seguono poi la carta (3 milioni di tonnellate) e il vetro (1,6 milioni di tonnellate). Una delle città più virtuose è Milano dove, tra il 2012 e il 2013, è stata completata l’estensione della raccolta della frazione organica a tutte le utenze domestiche del territorio cittadino. Così, da giugno 2013 oltre 1,3 milioni di abitanti separa regolarmente lo scarto di cucina. Ogni anno solo nel capoluogo lombardo vengono raccolte 120 mila tonnellate di rifiuti organici, 90-92 chili a testa. Attraverso una buona selezione e un idoneo trattamento i rifiuti organici si trasformano poi in compost, un fertilizzante naturale ricco di nutrienti per la terra.
Ciclo sostenibile

«Abbiamo superato il milione di tonnellate di compost prodotte in un anno», sottolinea Massimo Centemero, direttore del Consorzio italiano compostatori (Cic), «e questo grazie a 240 impianti di compostaggio e 43 di digestione anaerobica presenti nel nostro Paese». Un risultato che è stato elaborato dal Cic sui dati Ispra 2014 (relativi all’anno 2013), i più aggiornati a disposizione. Della produzione totale annua, 266.300 tonnellate possono essere utilizzate nel florovivaismo per sostituire le torbe di importazione, e 762.200 tonnellate in agricoltura come sostituto di concimi minerali, organici e letami. «Usare il compost», prosegue Centemero, «migliora la qualità del suolo, consentendo di conservarne la fertilità nel lungo periodo, così come il suo stato strutturale,la capacità di assorbire e rilasciare acqua e di trattenere gli elementi nutritivi in forma facilmente assimilabile da parte della pianta, promuovendo tutte le attività biologiche del suolo».
Scenari futuri

Optare per il compost significa anche eliminare (o ridurre) l’impiego di altri prodotti con un notevole risparmio dal punto di vista economico. «Sostituire torbe e concimi minerali con questo prodotto apporta un risparmio stimato di circa 25-30 milioni di euro l’anno», sottolinea il direttore del Cic. Il vantaggio non è solo economico, ma anche ambientale: «Raccogliere l’umido e trasformarlo in compost permette di risparmiare ogni anno 1,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto all’invio dei rifiuti in discarica», aggiunge Centemero. «Nell’ipotesi che l’Europa ci richiedesse di dimezzare le emissioni entro il 2030, per l’Italia significherebbe una riduzione di 6 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti all’anno per sedici anni. Il contributo della raccolta e del trattamento dell’organico è quindi molto significativo (18%) in termini emissioni evitate».
Sfide da vincere

Ma perché le cose migliorino davvero ci sono ancora diverse sfide da vincere: «Innanzitutto estendere a tutta la popolazione italiana la raccolta dell’umido, puntando soprattutto sulle grandi città e sul Meridione, per aumentare di 2-3 milioni di tonnellate la produzione annuale di rifiuti organici. Questo significa anche aumentare il numero degli impianti di compostaggio e digestione aerobica di 60-70 unità. Tutti fattori che inciderebbero positivamente sulla creazione di nuovi posti di lavoro», conclude Centemero. «Un altro grande punto a cui tendere sarà quello della produzione di biometano, un carburante rinnovabile che promette di rivoluzionare il sistema della mobilità».